Paolo Benvegnù, un artigiano pericoloso

La mia prima intervista a Paolo

Quella che segue è la prima intervista che ho fatto a Paolo. Era l'ultima data legata al tour di Dissolution.
Era l'agosto del 2010. All'epoca collaboravo con Rolling Stone Magazine, seguivo i concerti per le foto ed ogni tanto mi lasciavano fare anche qualche intervista.
Poi, qualche anno dopo, la storia ha voluto che la testata cambiasse editore. Stettero fermi forse un anno, rivoluzionando tutto il sito.
Il materiale fino a quel momento prodotto è sparito.
Quindi, penso di fare cosa gradita e anche utile, nel ripubblicare quella intervista, per me molto importante.
Ad accompagnarla una galleria di foto del concerto in una versione completamente diversa rispetto all'originale.
Spero vi faccia piacere leggerla.

Siena è strana. Salite, discese. All'improvviso piazzette, tutte rosse. Nel mezzo Piazza del Campo. Un capolavoro. Mi incontro con Paolo Benvegnù in una delle tante bellissime “piazzette” di Siena, Piazza San Francesco. Stasera si terrà la seconda serata della decima edizione de La Città Aromatica, l'evento estivo senese, diretto da Mauro Pagani. Stasera Benvegnù ospiterà sul palco Moltheni. Domani (27 agosto nda), in Piazza del Campo, suoneranno Dalla e De Gregori, e la riempiranno oltre ogni limite. Rimaniamo in Piazza San Francesco. Ci accomodiamo nel chiostro, ci sediamo e parliamo.

Vista la tua storia musicale, ed anche quello che succederà stasera con Moltheni, mi sembra che Benvegnù sia diventato sinonimo di “collaborazione”. È una missione o è solo lavoro?

In realtà molte collaborazioni del passato sono nate proprio così, per lavoro. Mi chiamavano ed io andavo. Non ti nego che per molte collaborazioni, tipo con Bollani e Riondino, Petra Magoni, gente abituata a queste cose, mi sentivo come un bambino invitato ad entrare in un negozio di giocattoli. Ci sono state collaborazioni che mi hanno lasciato molto, altre meno. Alcune sono durate dieci minuti. In realtà nel mio DNA c'è la tendenza, il piacere, a collaborare con le persone con le quali suono normalmente. La mia grande fortuna è collaborare con “i Paolo Benvegnù”, per me loro sono proprio una famiglia. In altri casi, come con i Tuxedomoon, sono stato venti giorni interi a studiarmeli prima di entrare nel loro mondo. Avevo già avuto da ragazzino la percezione di chi fossero e della loro importanza, ma la collaborazione mi ha aperto, all'epoca, un mondo tale, tanto da influenzare anche il mio lavoro come produttore. La produzione dei Marti è stata molto “Tuxedomoon”.

A proposito dei produttori: perché in Italia la figura del produttore non è così “sotto i riflettori” come nel mondo anglofono? Penso a Flood, Steve Lilliwhite, Daniel Lanois, Stephen Street, Rick Rubin, Brian Eno, Mark Ronson, Phil Spector, loro stessi sono delle rockstar e fanno la differenza. Fai rispondere al tuo “io” produttore.

Nella realtà, ad esempio con i Baby Blue, ho fatto il produttore del tipo “fate quello che volete”, perché mi ero reso conto che se avessero avuto un produttore con la mano pesante, non sarebbero stati in grado di esprimersi come poi sono stati in grado di fare e quindi di crescere. Il problema della produzione artistica in Italia è che non c'è un mercato, parafrasando Pasolini, di “musica di poesia”. Lui diceva che c'era il “cinema di poesia” ed il “cinema di intrattenimento”. In Italia c'è molta “musica di intrattenimento” e poca “musica di poesia”. In italia negli ultimi dieci anni i più grandi produttori sono Fabrizio Barbacci e Corrado Rustici, e bene o male sono un po' loro quelli che si smezzano questa torta. Il fatto di fare il produttore andando dentro un progetto, guardando le persone, vedendole, cercandole, facendo in modo che poi loro stesse si cerchino, lavoro che sono sicuro che quelli che abbiamo citato prima fanno, in Italia non abbiamo né il tempo né il denaro per farlo. Io molte produzioni le ho fatte veramente a “zero lire”, più per passione, per la passione di fare la levatrice, di aiutare i musicisti a “partorire”, più che per denaro, anzi, forse una volta l'ho fatto. Viceversa, per noi, Manuel Agnelli con gli Scisma di Rosemary Plexiglass è stato molto importante. All'epoca non l'avevo capito e mi ero anche scontrato con lui. Perché ci ha fatto suonare e noi eravamo delle “macchine” del suono, non eravamo dei musicisti, ed allora lui ha iniziato a farci fare questo percorso. Non aveva fatto degli interventi profondissimi sulla nostra musica ed io gli dicevo “dacci un mano!”. In realtà non ci doveva dare una mano. È da lì ho imparato a fare così, come con i Baby Blue. Poi con Giovanni Ferrario invece su Armstrong c'è stata una grande apertura. Quando poi ho cercato un produttore per Paolo Benvegnù, il problema grosso è che è difficile che qualcuno, al di là del suono, vada nella “parola”, nel concetto e nel progetto. Perciò mi son detto, produciamo tra noi, in modo tale che io curo quell'aspetto progettuale e di concetto della parola, e voi, Guglielmo Ridolfo Gagliano ed Andrea Franchi, che sono dei bravissimi produttori anche loro, hanno curato tutta la parte musicale.
Penso che in Italia non ci siano produttori come Phil Spector, che riuscivano a produrre il suono “alla Phil Spector”, pur riuscendo a tirar fuori le personalità distinte degli artisti, vedi le Ronettes ed i Beatles, semplicemente perché non c'è un'etichetta discografica, come non c'era quindici o dieci anni fa, che pensa a progetti da realizzare a medio termine, per cui non chiama un produttore per fare in modo che un gruppo esca dalla mischia, se il gruppo ha delle cose “a bomba” da dire gliele fanno fare subito, velocemente, e poi si vedrà.

Ultimamente dici spesso di sentirti un uomo libero, libero da cosa?

In realtà non sono mai stato libero, c'è stato un grande processo di liberazione dalle paure, di liberazione da me stesso, dalle aspettative, dalla mia partenza, dalla mia famiglia, dalla grevità famigliare, dalla mancanza di amore, dall'amore mal riposto, dal troppo amore. Adesso sono una persona che ha appreso la gioia e che ogni tanto ci arriva, alla gioia. Poi, sono italiano ed ho complessità di pensiero. La cosa bella che abbiamo noi e che non hanno gli anglosassoni, è la complessità del pensiero che viene diritta dalla Grecia. É questa la cosa che noi dobbiamo far valere nei confronti del mondo. Se c'è una complessità specialmente sul sentimento, sugli intrecci sentimentali, sulla famiglia, sul senso del sangue, ecco, io per riuscire a capire questa cosa, sono dovuto prima uscirne, guardarlo e poi rientrare, nel caso, quando ne ho voglia. Ecco perché mi sento libero. Mi sento libero di sbagliare, adesso. Prima non mi sentivo neanche libero di pensare.
È questo penso sia il problema di tantissime persone. Ti confesso che raramente riesco a trovare persone libere, lo vedo dai gesti inconsci, dai comportamenti, da come camminano ed è una tristezza. In realtà non è neanche un senso di libertà, in inglese si dice to express oneself, io mi sento “espresso”.

Ognuno di noi ha la presunzione di essere unico, poi ascolta le tue canzoni, e si ritrova ai tuoi concerti con altre centinaia di persone che condividono gli stessi sentimenti, gli stessi “forti” sentimenti. Allora non è vero che siamo unici.

É vero che siamo unici? Forse sì, è sicuramente vero che abbiamo un sentire simile. Sono convinto del fatto che io scrivo canzoni e le canto, perché ho seguito in profondità questo messaggio che avevo dentro di me, e se sono riuscito a farlo io lo possono fare tutti. (lo guardo con uno sguardo interrogativo nda). Credimi, possono farlo tutti nella loro maniera. Il punto è che abbiamo tutti un sentire identico, o comunque vicino, non così lontano. Poi sono le esperienze della vita che ti portano ad andare in una direzione o nell'altra. Io sono sicuro che se non fosse morto mio padre quando avevo diciotto anni, non avrei mai scritto canzoni, perché non avrei capito il dolore ed è dal dolore che arrivi alla gioia. Oppure c'è chi riesce ad essere così meraviglioso da arrivare diritto alla gioia. In questo mondo, quanto meno duale, il nostro sentire è veramente molto simile, ed il desiderio di esprimersi, c'è da parte di tutti. Poi, in mezzo, ci sono altre cose, e ci sono persone che si arrendono ed allora hanno bisogno di qualcun'altro che gliele dica. Ed è da sempre così. Il sentire ce l'abbiamo tutti, ed il sentire che è poi la cosa sacra dell'uomo, ed è faticoso vivere vicino a questo tipo di sacro. Il problema è riuscire a sganciare la tua parte greve. Anch'io non ci riuscivo, fino a due, tre anni fa. Poi, finché ci sarà qualcuno che ha voglia di raccontare storie, ci sarà sempre qualcuno che ha voglia di ascoltarle. Io stesso sono un divoratore di storie.

Joseph Conrad diceva, più o meno: “Come faccio a convincere mia moglie, che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”

Sono certo di questa cosa! Citazione per citazione, questa notte stavo leggendo Incontri alla Fine del Mondo di Werner Herzog, dove racconta che vuole aprire una scuola di cinema, e che non gliene frega niente se la gente sa come usare le ottiche o scrivere una sceneggiatura, per entrare nella scuola devi aver fatto almeno cinquemila chilometri a piedi per aver visto il mondo, perché non si possono raccontare le storie se il mondo non l'hai mai visto. Ed è verissimo soprattutto se il tuo mestiere, e dico mestiere perché io sono un antico, ha a che fare con l'umano. Come puoi non guardare l'umano, come puoi non guardare ciò che l'umano guarda per poi capirlo e raccontarlo. Ho faticato molto per convincere mia madre, che facendo il musicista, dovevo girare e guardare il mondo, e non potevo stare chiuso in una casa con delle sbarre per proteggermi dai ladri, tirare su muri che ti proteggono ma che in realtà ti dividono dal “sentire”. Le persone raramente guardano “l'altro”, perché è spaventoso, “l'altro”.

Però so che non ti piace osservare il mondo attraverso Internet.

Non guardo molto il web perché nella mia vita ho sempre avuto uno sguardo molto breve. Adesso nella mia vita ho bisogno di uno sguardo molto profondo. Il web è uno sguardo medio, molto ampio, ci sono cose bellissime da osservare, ma poco profondo. Per questo preferisco guardarlo, il mondo, in maniera diretta e non filtrata. In ogni caso il mondo del web è una grande possibilità.

Mi consenti una domanda “stronza”? Le parole che vengono utilizzate nelle recensioni, sui giornali, sul web, per descrivere i tuoi dischi spesso sono: capolavoro, perfezione, inarrivabile, magnifico, spettacolare, per dire quelle meno complimentose. Allora perché Paolo Benvegnù lo conoscono in pochi e Dissolution non è ai vertici delle classifiche?

Ho delle idee su questo, e ti darò una risposta “stronza” (ridendo). Io suono innanzitutto aspirando al mestiere, il senso è proprio quello dell'artigiano. Infatti quando sento la parola artista faccio un po' fatica, perché non mi ci riconosco. Io sono semplicemente una persona che si impegna, tutti i giorni, tutto il giorno. Io sono convinto che questi miei dischi, sono dei dischi ai quali manca qualcosa. C'ho messo dentro, c'ho espresso, anche per liberarmene, tutto il greve della mia vita. È raro che scriva in maniera gioiosa, anche perché è più difficile, proprio tecnicamente. Detto ciò, io penso che derivi dal fatto che ho detto delle cose abbastanza profonde negli ultimi mesi, e di averti detto cose che hanno anche un senso, cosa che non mi capita quasi mai. Però, non succedono queste cose (essere ai vertici delle classifiche e raggiungere la notorietà nda), perché non sono figo. Io sono convinto di questo. Nel senso britannico, non sono “cool”. Perché in Italia si parla più di Mario Monicelli che di Elio Petri? Petri ha vinto un oscar con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Perché si parla più di Alberto Sordi che di Gian Maria Volontè. Le cose che hanno una vasta popolarità, la hanno non solo perché la gente vi si riconosce, ma soprattutto perché sono poco pericolose. Se vado a vedere I soliti ignoti, esco e dico: bello, divertente. Se vado a vedere La classe operaia va in Paradiso, non esco tranquillo. Una persona è più contenta se va a vedere qualcosa che non lo impensierisca più di tanto. Io penso, che non tanto in Piccoli Fragilissimi Film, che è piaciuto molto, ma sopratutto da Le Labbra in poi, penso che il mio sia un percorso pericoloso. Credimi, te lo dico sapendo di essere piccolo e non volendo aspirare a qualcosa di altro che non a questo, che per me è già un privilegio ed è enorme, una restituzione incredibile: uno scrive una canzone in una cameretta poi va a mille chilometri di distanza e qualcuno mi dice “Mi hai cambiato la prospettiva”, per me è tantissimo. Detto questo, se uno ha una relazione d'amore, l'ha appena terminata e sente Le Labbra... quello è pericoloso. Ecco perché.
Sono convinto del fatto che per certi versi, ciò che scrivo, per la sua densità, sia meno rassicurante rispetto ad altri, perché questo non è un mondo rassicurante. Siamo fortunati a vivere in questa epoca, io sento distintamente che sotto i miei piedi c'è una lastra di ghiaccio che si assottiglia e che sta arrivando un altro periodo di difficoltà. Noi siamo come questo giardino, tutto recintato e definito, tutto sotto controllo, la Natura è sotto controllo. Ma sotto c'è qualcosa che sta per esplodere, ed io lo sento. Ogni tanto riesco ad avere la fortuna di riuscire ad esprimere questa sensazione in piccole schegge, in maniera decisa, imprimendo il segno esatto di questa cosa e ciò una persona fa fatica a riceverlo, e sono d'accordo e va benissimo. Non mi aspetto nient'altro, neanche dal prossimo disco che sto scrivendo, dove vado ancora più in profondità riguardo a ciò che ti ho raccontato. Sono così esaurito e spaventato anche per questa serata, perché non riesco più a sentire mia la fase precedente ed ancora devo entrare in quella successiva. In questo momento la libertà di cui parlavamo prima, la sto un po' perdendo, anche perché la troppa libertà, un uomo, non riesce a gestirla. In questo momento sto cercando di “marginarmi”, perché sento tante cose e non riesco a tenerle tutte, faccio fatica e mi scappano via.

 

A questo punto credo sia giusto spegnere il registratore. Rimaniamo ancora alcuni minuti a parlare di ominimie e di Peter Gabriel.
Il sole è calato e si è alzato un po' di vento. Ci allontaniamo per meno di un'ora, poi sale sul palco per una serata speciale.
Ci sono archi, ci sono fiati, c'è Moltheni, per il quale Paolo suona piano e chitarra, c'è Mauro Pagani, ci sono Igor, Luca, Andrea e Guglielmo.
Sotto al palco ci sono tantissime persone che nella loro unicità si uniscono nelle sue canzoni.

 

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