Anton e io

Quello volta che ho incontrato il mio principale riferimento

Quando lessi la notizia non ci potevo credere. Lessi più volte per essere sicuro delle date e dei luoghi. Era certo. Anton Corbijn avrebbe partecipato al FESTIVAL DEL CINEMA DI LUCCA. Meno di cento chilometri da casa mia. Immediatamente scrissi a Classic Rock per l'autorizzazione a chiedere un'intervista al fotografo olandese. Al fotografo dei Joy Division, dei Depeche Mode, degli U2. Mi dissero di sì, che potevo procedere. Ero entusiasta.

Il secondo passaggio fu quello di chiedere la possibilità dell'incontro all'Ufficio Stampa del Festival. In breve mi risposero. Avevo l'ok per uno slot di 15 minuti per un'intervista face to face.
Non ci credevo. Da quel giorno in poi non feci che riguardare tutte le sue foto, rileggere tutte le sue ultime interviste, immaginarmi come l'avrei incontrato, cosa dire, come muovermi, come non sbagliare.
Alla fine riuscì a definire una decina di domande che passarono anche il vaglio del mio responsabile. Solo su una non era convintissimo, ma me la lasciò. Il problema di fondo era che a Corbijn ormai gliene frega il giusto di fare altre foto, soprattutto a personaggi del mondo della musica. Certo non si rifiuta di fare nuovi servizi o libri di fotografie, ma il suo interesse principale è il cinema, vuole dedicare il suo tempo a questo suo nuovo amore. Il suo primo film (che non fosse la regia di un concerto dei Depeche Mode) è CONTROL, la storia di Ian Curtis e dei Joy Division. Un film splendido. Una sequenza continua di sue fotografie. Insomma, io mi ero preparato a fargli domande sulla fotografia e sulla musica. Perfetto direi.

Arrivo a Lucca in largo anticipo, l'appuntamento era alle 14. Fuori c'è il diluvio universale. Entro e mi fanno attendere in una stanzina, piccola ma bellissima, forse uno studiolo di un convento. Mi metto a sedere al bel tavolo antico di legno massello che è al centro della stanza, preparo gli appunti. Alla mia sinistra un'ampia finestra e la poca luce che c'è fuori entra comunque tutta. Sulla sedia alla mia destra appoggio la borsa con la macchina fotografica che mi sono ovviamente portato. Aspetto.
Mi avvisano che è in ritardo e che prima avrebbe dovuto fare delle interviste televisive. Non è un problema per me. Alle 15 ancora non è arrivato. Una televisione deve andar via, hanno un servizio da coprire da un'altra parte. Quindi chiedo; "Allora abbiamo più tempo per l'intervista?". Mi rispondono con un dolce sguardo di commiserazione. Ok, c'ho provato.
Poi arriva una seconda notizia non buona: "Antonio, hai 10 minuti per fare l'intervista, non uno di più, non uno di meno". Va bene, parlerò veloce.

Poco prima delle 16 arriva Corbijn. Altissimo. Mi parte una leggerissima tachicardia che controllo con le tecniche di respirazione Zen che ho acquisito nei miei sette anni in Nepal. Purtroppo in Nepal non ci sono mai stato e quindi la tachicardia prende il totale controllo del mio muscolo cardiaco. Prima di iniziare l'unica intervista televisiva rimasta, vedo che confabula con l'Ufficio Stampa, guarda un foglio, scuote la testa con una leggera smorfia. Lascia il foglio sul tavolo e va verso la telecamera pronta. La ragazza dell'Ufficio Stampa si avvicina e mi dice "Antonio, ti devo dire una cosa. Anton ha detto che non ha nessuna voglia di parlare di musica e fotografia." La tachicardia scompare. In realtà scompare ogni tipo di battito cardiaco e funzione vitale. "Però io gli ho detto che tu sei qui da due ore, che lo hai aspettato e che quindi l'intervista la deve fare." Lì ho provato la sensazione che immagino possa provare chi si sente appoggiare le piastre del defibrillatore sul petto e sente urlare LIBERAAAAAA! I battiti ripartono con calma.
Bene Antonio, mi sono detto, sei qui da tre ore (vista l'ora di anticipo con la quale ti sei presentato) stai per incontrare e intervistare il tuo mito e lui è nervoso e non ha nessuna voglia di parlare con te. Ero a mio agio in questa specie di coma cognitiva che stavo vivendo. Ormai, vada come vada.

Finisce l'intervista televisiva. Si avvicina al tavolo. Mi alzo, anche se rispetto a lui non sembra, e mi dà cordialmente la mano. Si mette a sedere davanti a me, dall'altra parte del tavolo, la finestra alla sua destra. Inizio con la prima domanda. Tutto fila liscio, lui si tranquillizza, si adatta e snocciola una serie di cose molto interessanti. In particolare il fatto che lui, in ogni situazione deve avere il controllo. Ultima domanda. Ultima risposta. Esattamente dieci minuti. Perfetto. Ma sono lì, non posso non chiederlo. "Anton, posso farle una fotografia?" "Certo!" E fa per alzarsi dalla sedia. "No, no, rimanga a sedere". Tiro fuori velocemente la macchina, guardo le impostazioni in un nano-secondo e scatto due o tre volte. Non guardo il risultato. Lo ringrazio e sorride.
La sorpresa. Mi guarda e dice "Però, aspetta un attimo." Si alza, spegne una piantana che era nell'angolo, si appoggia al muro e mi dice "Fammene una qui". Non credevo alle mie orecchie.
Allora. Ricapitoliamo. Anton Corbijn è qui davanti a me. Ha fatto l'intervista. Mi ha fatto fare un ritratto e ora si mette a disposizione come modello per una seconda posa. Ok, la tachicardia di prima ha avuto il sopravvento. No. Realizzo che sono ancora vivo. Scatto un po' di volte. Mi ringrazia e ci salutiamo. Deve andare.

Ringrazio tutti. Risalgo in macchina e torno a Firenze.

Il risultato di quella esperienza è stato pubblicato sul numero 68 di Classic Rock Italia, nel settembre del 2018.
Le foto le vedete qui sotto.

Questo è un estratto dell'intervista sul sito di Stone Music.

 

 

 

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